16 marzo 2026
Giovanni 4,46-54
Siamo ancora a Cana di Galilea. Un funzionario del re ha il figlio malato gravemente. È l’esperienza tragica di un genitore che vede il proprio figli andare incontro alla morte. Ci si attacca a tutto. E può essere un’occasione per avvicinarsi a Dio. Questo papà ha sentito che Gesù è in Galilea e corre per incontrarlo e chiedergli la guarigione del bambino.
Non è fede vera, la sua. È disperazione.
Gesù lo sa e lo rimprovera anche: non è fede autentica quella legata ai miracoli. Anche oggi si rischia di cadere nella tentazione del “sensazionalismo”: si va alla ricerca di veggenti, profeti, stigmatizzati, eventi prodigiosi. E spesso si dimentica la quotidianità del bene, l’umiltà delle buone e piccole opere di ogni giorno, la straordinaria e splendida bellezza dell’Eucaristia parrocchiale. Nulla di nuovo sotto il sole: qualcuno ha bisogno dei miracoli per credere. Gesù accontenta questo funzionario del re. E il miracolo operato a distanza suscita davvero la fede di quest’uomo e di tutta la sua famiglia. Una fede arrivata “dopo”.
Vengono in mente le parole di Gesù dette a Tommaso: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno”. La fede è fiducia totale nel Signore, è abbandono alla Sua volontà, perché si è consapevoli che questa volontà è il meglio per noi. Una fede così è difficilissima da realizzare. Ci vuole un allenamento continuo, giorno per giorno, sapendo che siamo sempre esposti al pericolo di andare indietro, come i gamberi.
don Roberto
