2 marzo 2025
Luca 7,11-17
L’incontro con la morte è sempre drammatico. E in alcune situazioni lo è in modo particolare. Dicono che il dolore più grande sia quello di un genitore che deve fare il funerale al figlio. In questo caso, poi, si tratta di una vedova che accompagna il proprio figlio nell’ultimo viaggio. Doppio lutto. Una donna rimasta sola, senza alcun sostegno. Le solitudini del nostro oggi, he si consumano nell’indifferenza dei vicini di casa, dei parenti lontani. Il dolore alleviato dalla presenza di un animale domestico, un cagnolino, un gatto…Dolore che può diventare chiusura, scontrosità, antipatia. Una discesa che diventa baratro, dal quale non si esce più. Nain è un paesino, di sicuro la povera donna avrebbe avuto qualche caritatevole sostegno, come prescriveva la Legge di Mosè.
Ma il vuoto lasciato da quel figlio morto, chi avrebbe potuto colmarlo? Incrociare Gesù è la salvezza, per lei e per noi. È il ritorno agli affetti, è ritrovare il senso della vita. “Non piangere”, le dice Gesù. Che cosa ci fa piangere? Per chi, per che cosa proviamo compassione? E poi, le nostre lacrime sono frutto di emotività passeggera, che si dilegua dopo poco senza lasciare traccia, oppure sono frutto di sentimenti profondi, che ci fanno assumere responsabilità di vicinanza, di condivisione, di accompagnamento?
La sofferenza non è mai bella. Solo la presenza di Gesù le può dare un senso profondo, può aprire orizzonti nuovi, inauditi. Solo Lui può renderla strumento di salvezza. Perché l’ha vissuta e l’ha offerta.
don Roberto
