9 febbraio 2026
Marco 1,40-45
La lebbra: la malattia più terribile, quella più temuta. Una malattia che porta all’isolamento, all’esclusione dalla società. Il lebbroso diventa il mostro da cacciare via, lontano dai sani ,per i quali rappresenta un pericolo. E poi c’era quella opinione radicata ormai in tutti: siccome la lebbra deturpata in modo orrendo il corpo, doveva per forza essere conseguenza di un qualche peccato gravissimo, capace di deturpare l’anima e di ricevere una tale punizione da Dio. Il lebbroso, dunque, tra un malato nel corpo e nell’anima, un essere spregevole in senso fisico e morale, da evitare in tutti i modi.
Soprattutto, il lebbroso non poteva essere toccato. Un “non uomo”, costretto a vagare, isolato, ai margini dell’umanità. Una “periferia esistenziale”, si sarebbe detto con compiacimento fino a qualche mese fa. Un lebbroso si inginocchia davanti a Gesù e chiede di essere purificato. E Gesù fa un gesto inaudito: lo tocca. È questo, il vero miracolo. Gesù fa sentire di nuovo persona un povero essere scacciato come un animale.
Il gesto di Gesù reinserisce quel poveretto in un contesto umano, gli ridona quella dignità che nessuno gli riconosceva più. Ricordiamoci di questo gesto di Gesù quando abbiamo la tentazione di pronunciare giudizi temerari su qualcuno, quando qualcuno è, ai nostri occhi, un essere da escludere, da eliminare. D’altronde, siamo poi così sicuri di non rientrare anche noi nella categoria dei lebbrosi? Sentiamoci toccati con amore, sentiamoci risanati da Colui che accoglie e guarisce.
don Roberto
