VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,39-45

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

 

A volte capita che il Vangelo che ascoltiamo, un libro che leggiamo e quello che viviamo si
abbraccino e si intreccino in un modo tanto bello e singolare da sembrare quasi un ricamo, capace di
farci toccare con mano quanto la Parola del Signore sia proprio vita della nostra vita e lampada ai
nostri passi.

È quello che mi è capitato qualche giorno fa. Cominciando a leggere e a masticare con un po’ di
anticipo il Vangelo di questa Domenica, sono rimasta colpita soprattutto da due versetti: «Come
puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu
stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio?» e ancora: «la bocca [dell’uomo] esprime ciò che dal
cuore sovrabbonda». Versetti chiari, immediati, famosi, quasi proverbiali: mi sembrava quasi
inutile ogni parola di spiegazione…eppure risuonavano con una tale insistenza in me da farmi
pensare che il Signore volesse farmeli conoscere più in concreto e in profondità.

Ed ecco che, mentre stavo leggendo alcuni apoftegmi (=detti) dei padri del deserto, mi sono
imbattuta nel padre Mosé, che fino ad allora era un perfetto sconosciuto per la sottoscritta: ladrone,
grande peccatore, forse addirittura assassino, una volta toccato dalla grazia, intraprese un cammino
di conversione che lo portò a vivere nel deserto e a servirsi con sapienza di tutte le occasioni pur di
crescere nell’umiltà. La fama della sua santità non rimase nascosta, tanto che altri monaci lo presero
come punto di riferimento…e vengo all’apoftegma a cui mi riferivo. Un giorno, un fratello peccò
palesemente e i padri più anziani mandarono a chiamare il padre Mosé, affinché venisse a
giudicarlo e a punirlo. Dovettero insistere parecchio, perché rifiutava di venire. Alla fine, eccolo
arrivare recando sulle spalle una cesta forata, piena di sabbia. Gli chiesero:«Padre, cos’è mai
questo?». Disse loro l’anziano:«Sono i miei peccati che scorrono via dietro di me senza che io li
veda. E oggi sono qui, per giudicare i peccati degli altri». A queste parole non dissero nulla al
fratello, e gli perdonarono. Fu così che mi staccai dal libro conservando viva davanti agli occhi la
scena così emblematica e singolare del padre Mosé, che mi aiutava a comprendere e vedere in modo
quasi plastico e concreto quei passaggi del Vangelo.

Ma la mia comprensione non era ancora completa: la grammatica ha sempre bisogno della
pratica! Mancava una verifica, data da quel banco di prova che è la realtà. La vita fraterna non ha
tardato a offrirmi l’occasione…poco dopo, infatti, mi sono imbattuta in quella sorella che fa quella
tal cosa con quell’atteggiamento che proprio non digerisco. La mia prima reazione ha rivelato
subito quanto sia ancora malato il mio cuore: istintivamente, avrei voluto sparare a zero e dirgliene
quattro, per farle capire e vedere quanto sbagliava nel fare così…ma poi mi sono risuonati dentro
come un campanello di allarme quei versetti del Vangelo, che hanno messo a nudo la trave del mio
occhio. Mi sono accorta che quell’atteggiamento che mi dava tanto fastidio, a dire il vero, è anche
mio e allora…ben venga il lavaggio di purificazione del Vangelo! Ho pensato al padre Mosé con la
sua cesta forata piena di sabbia sulle spalle e ho capito che avrei fatto bene a mettermi anch’io sulle
spalle una cesta forata, per ricordarmi che no, non spettava a me giudicare o criticare la sorella,
visto che io faccio altrettanto, se non peggio…quanto lavoro ho ancora da fare su di me prima di
correggere gli altri! E ho frenato la lingua da parole amare, anzi, il Vangelo ha messo a nudo le mie
fragilità, ha liberato il mio cuore da ciò che non andava e che non era il caso di dire (frutto amaro
del mio egoismo) e lo ha ricolmato di una luce nuova. Guardando alla Sorella, l’ho riconosciuta
finalmente come sorella in umanità, degna di comprensione, di misericordia e di stima perché, pur
attraverso tante fatiche, è in cammino come me con e incontro al Signore. E l’unica parola che mi è
uscita è stata un “Grazie!”.
È proprio vero: lectio divina è lectio di vita!

Monache Benedettine SS. Salvatore Grandate